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Conclave

Potere

Quando lo Spirito Santo scompiglia i piani degli uomini

Un cardinale davanti alla basilica di San Pietro sotto la scritta Conclave

Il potere cerca certezze, la fede si confronta con il mistero.

Quarant'anni dopo sono tornato al cineforum dell'Istituto Sociale di Torino. Un luogo che conserva per me qualcosa di epico, dove ai tempi del liceo ci sottoponevamo a opere impegnative come Nostalghia di Andrej Tarkovskij e altri pesi massimi della cinematografia mondiale. Film che richiedevano una discreta preparazione spirituale, una buona resistenza fisica e, possibilmente, qualche ora di sonno in più la notte precedente. Inevitabile ricordare il povero ragionier Fantozzi alle prese con la celebre Corazzata Potëmkin, diventata suo malgrado il simbolo di una certa liturgia cinefila.

Questa volta, però, la situazione era diversa. Sullo schermo ci aspettava Conclave, il film di Edward Berger tratto dal romanzo di Robert Harris. A introdurlo, un simpatico messaggio personale di Sergio Castellitto, interprete del cardinale Tedesco, una delle anime più intransigenti della Chiesa. Castellitto raccontava che, leggendo la sceneggiatura, aveva fatto notare al regista un dettaglio non secondario: in Vaticano si parla latino e italiano, non inglese. Un'osservazione che fa sorridere, considerando la disinvoltura con cui il cinema internazionale fa conversare in inglese persone provenienti da ogni angolo del pianeta.

Sembrava l'inizio di un thriller ambientato nelle stanze della Santa Sede. Due ore dopo, la sensazione era che il film avesse aperto molte più porte di quante ne avesse chiuse.

Dietro le vesti cardinalizie, i rituali solenni e i silenzi dei protagonisti si muovono questioni che accompagnano l'umanità da sempre: il potere, l'ambizione, la fragilità, il bene e il male. Ma soprattutto una tensione che attraversa l'intero racconto: uomini chiamati ad affidarsi allo Spirito Santo che sembrano spesso più impegnati a orientarne la scelta.

I Richelieu del terzo millennio

Il Papa è morto. La sede è vacante e i cardinali si riuniscono per eleggere il suo successore. Il cerimoniale è antico, minuzioso, solenne. Eppure, appena si chiudono le porte, sotto la superficie della liturgia comincia a muoversi una realtà assai più familiare.

Ci sono candidati, correnti, alleanze, rivalità e calcoli. Ci sono uomini che difendono idee e altri che, dietro le idee, difendono soprattutto se stessi. Le conversazioni misurano le parole, gli sguardi cercano conferme, i silenzi diventano strumenti di pressione. In certi momenti sembra di assistere a un congresso politico particolarmente raffinato, nel quale nessuno può permettersi di dichiarare apertamente di desiderare il posto più importante.

Alcuni protagonisti ricordano i Richelieu dei tempi moderni, abilissimi nel tessere relazioni, anticipare le mosse altrui e orientare gli eventi. Ma qui il potere dovrebbe rispondere a una logica superiore: il Papa è chiamato a essere servitore dei servitori di Dio. Tra il servizio e il possesso del potere esiste tuttavia una frontiera sottile, che l'ambizione personale può attraversare senza nemmeno accorgersene.

Il contrasto con il Vangelo è evidente. Gesù rovescia la logica dei potenti: chi vuole diventare grande deve farsi servitore. Nelle stanze del conclave, invece, quella prospettiva sembra continuamente insidiata dal desiderio di prevalere. Gli uomini incaricati di scegliere il successore di Pietro rischiano di dimenticare che Pietro stesso fu un uomo capace di rinnegare il proprio Maestro.

È un meccanismo che conosciamo anche fuori dalla Chiesa. Le organizzazioni nascono per realizzare uno scopo, ma possono trasformarsi in strutture impegnate soprattutto a conservare se stesse. Quando qualcuno si convince di essere indispensabile, diventa difficile distinguere il bene dell'istituzione dalla propria permanenza al comando.

Il denaro e il sesso, le due classiche bucce di banana sulle quali scivolano uomini altrimenti rispettabili, incrinano le reputazioni costruite nel tempo, rivelando la distanza tra l'immagine pubblica e ciò che si nasconde dietro di essa.

Le ombre sotto la porpora

Qui Conclave incontra Carl Gustav Jung.

La psicologia junghiana distingue la Persona, la maschera sociale attraverso cui ci presentiamo al mondo, dall'Ombra, che comprende gli aspetti di noi stessi che fatichiamo a riconoscere e accettare. Quanto più ci identifichiamo con la nostra immagine pubblica, tanto più rischiamo di ignorare ciò che si nasconde dietro di essa.

Il film sembra dare corpo a questa intuizione. Le vesti cardinalizie sono impeccabili, i rituali perfetti, le architetture magnifiche. Ma sotto quella superficie ordinata si agitano paure, risentimenti, vanità e desideri di riconoscimento. L'istituzione custodisce una promessa di trascendenza, mentre gli uomini che la rappresentano portano con sé tutte le contraddizioni della condizione umana.

Anche la fotografia contribuisce a costruire questa tensione. Il rosso intenso degli abiti, il bianco dei marmi, i corridoi immersi nella penombra e la luce che filtra negli ambienti raccontano un mondo nel quale nulla è completamente luminoso o definitivamente oscuro.

Il bene e il male non si distribuiscono ordinatamente tra personaggi buoni e cattivi. Si intrecciano nelle intenzioni e persino nelle convinzioni più sincere. Talvolta chi combatte con maggiore accanimento ciò che considera sbagliato negli altri non ha ancora imparato a riconoscerlo dentro di sé.

Il Vangelo, del resto, non presenta i discepoli come uomini impeccabili. Li racconta attraversati da paure, debolezze e contraddizioni, capaci di cadere e di ricominciare. La fragilità non esclude la fede; semmai la costringe a misurarsi con la verità della condizione umana.

La porpora, in fondo, potrebbe essere sostituita da un abito ministeriale, da una toga o da un elegante completo aziendale. Cambierebbe il guardaroba, assai meno la natura umana.

Quando la certezza diventa una tentazione

Nel conclave si contrappongono due grandi visioni della Chiesa. Da una parte chi vuole custodire la tradizione e teme che ogni cambiamento finisca per dissolverne l'identità. Dall'altra chi ritiene indispensabile una maggiore apertura, convinto che la fedeltà al Vangelo richieda anche la capacità di comprendere il mondo contemporaneo.

Entrambe le posizioni possono contenere ragioni rispettabili. E ciascuna può diventare pericolosa quando smette di interrogarsi.

Il conservatore rischia di confondere la verità con le forme storiche attraverso cui è stata custodita. Il progressista può finire per identificare il bene con il cambiamento, quasi che ogni novità rappresentasse necessariamente un miglioramento. Quando queste convinzioni si irrigidiscono, il confronto si trasforma in una lotta per il controllo dell'istituzione.

Il cardinale Lawrence, incaricato di guidare il conclave, introduce un elemento che incrina questo schema: il dubbio. Ed è significativo che a farlo sia proprio un uomo alle prese con una crisi personale di fede, tanto profonda da aver desiderato di abbandonare i propri incarichi per ritirarsi a una vita di preghiera.

Nella sua omelia Lawrence richiama il pericolo di una fede prigioniera delle proprie certezze. Non propone l'incertezza come ideale, ma mette in guardia dalla presunzione di possedere interamente la verità, fino a non lasciare più spazio al mistero.

La distinzione è importante. La certezza può diventare una forma insidiosa di potere, soprattutto quando attribuiamo a Dio la responsabilità delle nostre convinzioni. Il dubbio, invece, può nascere dall'umiltà di chi riconosce che la propria comprensione è limitata, senza per questo rinunciare a cercare la verità.

Lawrence rende concreta questa tensione. Non è semplicemente l'arbitro di una competizione ecclesiastica: è un uomo che, mentre cerca di guidare gli altri, viene costretto a interrogare se stesso. Il conclave diventa così anche il luogo di una trasformazione interiore, nella quale l'esercizio della responsabilità si confronta continuamente con la tentazione del controllo.

Ed è proprio mentre i cardinali difendono le proprie posizioni che qualcosa comincia a muoversi ai margini della scena.

L'uomo che nessuno aveva previsto

Mentre i grandi candidati costruiscono alleanze e cercano consensi, emerge progressivamente una figura quasi invisibile: il cardinale Vincent Benítez, arrivato da Kabul e nominato segretamente dal pontefice defunto.

Non appartiene alle correnti dominanti, non dispone di una rete di influenza e sembra estraneo al linguaggio delle manovre ecclesiastiche. Ha conosciuto luoghi nei quali la fede si misura con la guerra, la violenza e la fragilità concreta della vita.

Gli altri cardinali cercano di prevedere il risultato. Benítez sembra invece ricordare loro la ragione per cui sono riuniti. Quando la violenza irrompe nel racconto, il suo intervento richiama i presenti a una responsabilità più alta: la Chiesa non può rispondere alla paura alimentando altra paura, né alla violenza invocando nuova violenza.

In quel momento Benítez acquista un'autorità che non deriva dal rango o dalle alleanze. Le sue parole hanno il peso di chi ha conosciuto concretamente la sofferenza e ha imparato che la pace non può essere costruita con gli stessi strumenti della guerra.

È difficile non riconoscere in questo personaggio qualcosa dello stile evangelico. Gesù sceglie spesso persone che gli altri non avrebbero considerato adatte, frequenta gli esclusi e capovolge le gerarchie del prestigio. L'autorevolezza non nasce dalla capacità di imporsi, ma dalla coerenza della testimonianza.

È qui che intravedo con maggiore intensità la presenza dello Spirito Santo nel film. Non attraverso un intervento spettacolare, accompagnato da segni prodigiosi, ma in quella forza discreta che sposta l'attenzione dalle ambizioni individuali verso qualcosa di più grande.

Il conclave sembra procedere secondo le regole della politica, ma il suo esito si apre a una logica differente. L'uomo che nessuno considerava un protagonista finisce per parlare al cuore degli elettori proprio perché porta con sé qualcosa che le manovre di palazzo non possono produrre.

Benítez diventa così una figura capace di ricordare ciò che le strutture di potere possono dimenticare: la fede trova la propria credibilità soprattutto nel modo in cui si confronta con la vita.

Dio è padre e madre

Il finale introduce un'ulteriore dimensione, destinata a cambiare retrospettivamente il significato dell'intero racconto.

Benítez rivela di essere una persona intersessuale. Durante un intervento per rimuovere l'appendice, i medici avevano scoperto che possedeva anche un utero e delle ovaie. Dopo aver considerato la possibilità di rimuoverli chirurgicamente, aveva rinunciato, scegliendo di accogliere il proprio corpo così com'era.

La rivelazione apre interrogativi sull'identità, sull'appartenenza e sui limiti delle categorie attraverso cui interpretiamo il mondo. Introduce anche una dimensione simbolica che può essere letta alla luce del pensiero junghiano.

Jung ha esplorato le figure dell'anima e dell'animus, espressioni simboliche di dimensioni interiori tradizionalmente associate al femminile e al maschile. Non sono categorie biologiche e non spiegano la condizione di Benítez. Possono però suggerire, su un piano diverso, una riflessione sulla complessità dell'essere umano e sul percorso attraverso cui ciascuno impara a riconoscere e accogliere se stesso.

Ma il passaggio più interessante, dal punto di vista della fede, riguarda proprio l'atteggiamento di Benítez verso la propria condizione. La sua decisione di rinunciare all'intervento è accompagnata dalla convinzione di essere ciò che Dio ha voluto che fosse. Una scelta che il film presenta come un atto di accettazione e fiducia, maturato attraverso un conflitto interiore tutt'altro che semplice.

Il pensiero corre allora a un'intuizione presente anche nella tradizione cristiana: Dio non può essere racchiuso nelle categorie umane del maschile e del femminile. È Padre, ma le Scritture utilizzano anche immagini di tenerezza materna. Giovanni Paolo I arrivò a ricordare, con parole rimaste celebri, che Dio è papà e, più ancora, madre.

Quelle parole esprimono l'ampiezza dell'amore divino, non una definizione biologica di Dio. Il collegamento con Benítez è dunque simbolico, ma conserva una sua forza: il mistero della persona, come quello della fede, invita a riconoscere i limiti delle nostre rappresentazioni.

Questo non elimina le questioni teologiche ed ecclesiali sollevate dal finale. Neppure obbliga a condividere tutte le implicazioni suggerite dalla sceneggiatura. Permette però di coglierne la provocazione più interessante: proprio chi ha dovuto affrontare una realtà inattesa dentro di sé sembra possedere una particolare familiarità con il dubbio e con il mistero.

E qui il percorso di Benítez incontra quello di Lawrence. Il cardinale che aveva cercato di guidare il conclave attraverso regole, verifiche e decisioni si trova davanti a una verità che non aveva previsto. La sua risposta non consiste nel trasformarla immediatamente in uno scandalo o in un nuovo strumento di potere, ma nell'accettare che quella vicenda umana abbia una profondità che i suoi schemi non riescono a esaurire.

La porta che rimane aperta

Ripensando a Conclave, mi sembra che la scena più importante non sia necessariamente quella in cui viene annunciato il nuovo pontefice. È piuttosto il lento cambiamento dello sguardo di Lawrence, che accompagna tutta la narrazione.

All'inizio è un uomo attraversato dal dubbio, desideroso di ritirarsi dalle responsabilità e di ritrovare una dimensione più raccolta della fede. Gli eventi lo costringono invece a confrontarsi con le ambizioni degli altri, con le proprie esitazioni e infine con una realtà che non aveva saputo immaginare.

Il suo percorso lascia emergere una distinzione fondamentale tra potere e fede. Il potere tende a cercare il controllo, perché trae sicurezza dalla possibilità di decidere. La fede, senza rinunciare alla responsabilità personale, conosce anche il gesto opposto: affidarsi.

È una prospettiva che riguarda anche la nostra vita quotidiana. Facciamo programmi, fissiamo obiettivi, cerchiamo di prevedere gli eventi e ridurre l'incertezza. È giusto farlo, naturalmente. Ma possiamo diventare prigionieri dei nostri stessi progetti quando smettiamo di riconoscere ciò che la vita ci presenta al di fuori delle nostre aspettative.

La Provvidenza, nella prospettiva cristiana, non è un meccanismo che garantisce il risultato desiderato. È la fiducia che anche attraverso le libertà, gli errori e le fragilità degli uomini possa aprirsi una strada inattesa.

Lo Spirito Santo, del resto, non si lascia facilmente arruolare in una corrente ecclesiastica, non partecipa alle campagne elettorali e non sembra particolarmente interessato ai nostri organigrammi.

Nell'ultima scena, Lawrence osserva dalla finestra tre suore che attraversano un cortile, conversando e ridendo. Dopo le stanze chiuse, i rituali solenni e le tensioni del conclave, quella semplice immagine riporta sullo schermo la naturalezza della vita.

Sono donne rimaste ai margini delle decisioni, ma la loro presenza finale suggerisce qualcosa che il film ha lasciato affiorare più volte: la Chiesa continua a vivere oltre i suoi vertici, le elezioni e le lotte interne. La fede appartiene anche a chi prega, lavora, soffre e serve senza alcuna ambizione di comando.

La luce entra, i rumori del mondo tornano a farsi sentire e la solennità lascia spazio alle risate. Dopo tante strategie, ambizioni e certezze, la vita riprende con una semplicità che nessuno dei protagonisti sembrava aver previsto.

Quarant'anni dopo Tarkovskij, il vecchio cineforum torinese mi ha restituito una riflessione che va oltre il cinema e le mura vaticane. Trascorriamo buona parte della vita cercando di comprendere e governare ciò che ci accade. E talvolta siamo così occupati a indicare a Dio la strada da percorrere da non accorgerci di quella che sta aprendo davanti a noi.