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Oltre gli adempimenti

La fiducia come infrastruttura del Terzo Settore

di Miguel Scordamaglia
Torino, 21 luglio 2026

Esistono organizzazioni che vivono della fiducia molto prima che delle risorse economiche.

La fiducia prima delle regole

Una famiglia affida un figlio a un’associazione sportiva. Un cittadino decide di destinare il proprio cinque per mille. Un’impresa sostiene un progetto sociale. Un volontario dedica il proprio tempo senza chiedere nulla in cambio. In tutti questi casi il patrimonio più importante non è costituito dal denaro, ma dalla convinzione che quelle risorse, economiche o umane, saranno utilizzate per perseguire un interesse che va oltre quello dei singoli.

La fiducia, tuttavia, non può essere imposta per legge. Può soltanto essere favorita attraverso regole che rendano l’azione degli enti comprensibile, verificabile e coerente con le finalità dichiarate.

È da questa prospettiva che conviene leggere il Codice del Terzo Settore.

Anche la fiducia attraversa una fase invisibile prima di manifestare la propria forza o la propria fragilità. Quando esiste, quasi non ci si accorge della sua presenza. Le persone continuano a donare, le imprese rinnovano il proprio sostegno, i volontari mettono a disposizione tempo e competenze, le istituzioni collaborano con naturalezza. Tutto sembra procedere senza particolari sforzi.

Ci si accorge del suo valore soprattutto quando inizia a diminuire.

Non occorre necessariamente una violazione di legge. È sufficiente una rendicontazione poco chiara, una comunicazione opaca, una decisione non spiegata o la percezione che le risorse non siano gestite con la necessaria trasparenza. Progressivamente i donatori diventano più prudenti, i volontari si allontanano e le collaborazioni si indeboliscono.

Il patrimonio economico può ancora apparire intatto, mentre quello relazionale ha già iniziato a deteriorarsi.

La domanda decisiva

Può accadere che due enti organizzino, nello stesso fine settimana, una raccolta fondi. Coinvolgono lo stesso numero di persone, raccolgono somme analoghe e perseguono finalità simili. A prima vista sembrano organizzazioni pressoché identiche.

Dopo alcuni anni, però, i loro percorsi iniziano a divergere.

Il primo ente pubblica con regolarità il bilancio sociale, rende conto dei risultati raggiunti, spiega come vengono impiegate le risorse raccolte e comunica con trasparenza anche le difficoltà incontrate. I sostenitori percepiscono di essere parte di un progetto e non semplici finanziatori.

Il secondo ente rispetta gli obblighi essenziali previsti dalla legge, ma considera la trasparenza un adempimento amministrativo. Le informazioni sono frammentarie, la comunicazione è episodica e il rapporto con donatori e volontari si limita spesso alla raccolta delle risorse.

Nel lungo periodo la differenza produce effetti profondi. Quando nasce un nuovo progetto, il primo ente trova con maggiore facilità nuovi volontari, partner istituzionali e imprese disponibili a collaborare. Le amministrazioni pubbliche sono più propense a costruire convenzioni, le fondazioni guardano con interesse ai progetti presentati e i cittadini diventano i primi ambasciatori dell’organizzazione.

Il secondo ente, pur svolgendo attività meritevoli, deve invece ricostruire ogni volta quel rapporto di affidamento. La fiducia produce infatti un effetto cumulativo: ogni comportamento coerente rafforza la credibilità dell’organizzazione; ogni scelta poco trasparente, anche quando non integra alcuna violazione, la indebolisce. È un capitale che cresce lentamente e che può essere compromesso molto più rapidamente di quanto sia stato costruito.

I bilanci possono essere simili. Il capitale relazionale non lo è.

È proprio qui che il Codice del Terzo Settore trova la propria ragione più profonda.

Le regole come garanzia

Questa impostazione spiega perché la disciplina attribuisca tanta importanza alla trasparenza, alla rendicontazione, alla governance e ai controlli. Le norme non rappresentano il punto di partenza del sistema, ma la conseguenza di una scelta più profonda: tutelare quel rapporto di affidamento senza il quale il Terzo Settore perderebbe la propria ragion d’essere.

Si pensi, ad esempio, alla raccolta fondi. Quando un ente organizza una cena benefica, una campagna di donazioni o un evento solidale, l’aspetto economico rappresenta soltanto una parte del fenomeno. L’altra riguarda il rapporto che si instaura con chi decide di contribuire. Chi dona non acquista un bene né remunera un servizio: affida una risorsa economica confidando che venga impiegata per il perseguimento di una finalità di interesse generale.

Lo stesso criterio attraversa l’intera disciplina delle entrate. Una quota associativa, una donazione, un contributo pubblico o il corrispettivo di un servizio possono avere il medesimo valore economico. Ciò che cambia è il rapporto giuridico dal quale derivano.

Anche la distinzione tra attività di interesse generale, attività diverse e attività commerciali, prevista dall’articolo 79 del Codice, può essere letta con questa chiave interpretativa. La qualificazione fiscale rimane essenziale, ma prima ancora conta la coerenza tra ciò che l’ente dichiara di essere e ciò che concretamente realizza.

Il prezzo della credibilità

Bilanci, rendiconti, organi di controllo e revisione legale vengono talvolta percepiti come un costo amministrativo. Sarebbe più corretto considerarli il prezzo della credibilità.

Ogni euro donato, ogni contributo pubblico ricevuto, ogni ora prestata da un volontario rappresentano una forma di fiducia. La documentazione contabile e gli strumenti di controllo consentono di dimostrare che quella fiducia non è stata tradita.

Il professionista non produce direttamente fiducia. Aiuta però l’ente a non disperdere quel patrimonio invisibile dal quale dipendono la capacità di raccogliere risorse, coinvolgere volontari, instaurare rapporti con le istituzioni e sviluppare nuove iniziative.

Il capitale invisibile

Il Codice del Terzo Settore può essere letto come un insieme di definizioni, soglie economiche, regimi fiscali e obblighi amministrativi. È una lettura corretta, ma non sufficiente.

Dietro ogni disposizione si intravede un obiettivo più ampio: fare in modo che chi decide di affidare tempo, risorse o competenze a un’organizzazione possa continuare a farlo con consapevolezza.

Le agevolazioni fiscali non rappresentano il punto di partenza del sistema. Ne costituiscono il punto di arrivo. Prima vengono la responsabilità, la trasparenza e la capacità dell’ente di dimostrare che la fiducia ricevuta è stata meritata.

Il Codice del Terzo Settore intende proteggere un bene che non compare in alcun bilancio ma dal quale dipendono tutti gli altri valori: la fiducia.

Per questo la sua disciplina non può essere interpretata soltanto come un insieme di adempimenti. È il tentativo di dare stabilità giuridica a un capitale immateriale che rende possibile la collaborazione tra cittadini, imprese, istituzioni e volontari.

In fondo, il patrimonio più importante di un Ente del Terzo Settore non coincide con il valore dei beni iscritti nello stato patrimoniale né con l’entità delle donazioni ricevute. È costituito dalle persone che continuano a credere nella sua missione e che, ogni giorno, scelgono liberamente di sostenerla.

Perché il denaro può essere raccolto nuovamente. Un progetto può essere ripensato. Un contributo può essere sostituito. La fiducia, invece, richiede anni per essere costruita e può essere perduta in un solo momento. È questo il capitale invisibile del Terzo Settore, ed è probabilmente il bene che il Codice cerca di proteggere più di ogni altro.