La felicità come effetto collaterale
Identità
Quando smettere di cercarla è il modo per trovarla

Qualche sera fa ho visto per la prima volta Hector e la ricerca della felicità, un film del 2014 tratto dal romanzo di François Lelord.
Hector è uno psichiatra con una vita apparentemente in ordine: un lavoro rispettabile, una relazione stabile, nessuna ragione evidente per essere infelice. Eppure qualcosa non torna. Passa le giornate ad ascoltare persone che cercano di stare meglio e, a un certo punto, si accorge di non sapere nemmeno lui cosa renda felice una persona.
Così decide di partire.
La premessa potrebbe facilmente trasformarsi in uno di quei viaggi spirituali in cui il protagonista attraversa mezzo mondo per scoprire, alla fine, che bastava respirare profondamente davanti a un tramonto. Per fortuna il film prende una strada più interessante: durante il viaggio, Hector comincia ad annotare ciò che osserva. Alcune conclusioni sembrano quasi ovvie, altre restano addosso. Fare confronti rovina la felicità. Molte persone pensano che essere felici significhi essere ricchi o importanti; altre la collocano sempre un po’ più avanti, in un futuro che non arriva mai. Evitare l’infelicità non basta a produrre felicità. La paura può impedirci di vivere. Essere amati per quello che siamo conta. Ascoltare è una forma d’amore.
Poi Hector incontra il professor Coreman, uno studioso della felicità, che ha scritto un libro dal titolo magnifico: Side Effects May Include Happiness.
Tra gli effetti collaterali, potrebbe esserci la felicità.
Il libro non esiste, almeno non quello del professor Coreman. Ma il titolo racchiude un’idea più interessante di parecchi libri sulla felicità che esistono davvero.
Perché cercare la felicità rischia di allontanarla
E se il problema cominciasse proprio nel momento in cui decidiamo di cercarla?
Siamo abituati a pensare alla felicità come a un obiettivo: una vita felice, un lavoro che ci faccia felici, una relazione che ci renda felici, un luogo in cui finalmente sentirci bene. Il problema comincia quando vogliamo verificare se ci siamo riusciti, perché da quel momento la felicità smette di essere un’esperienza e diventa un metro di misura.
Ci chiediamo se siamo abbastanza felici: più di cinque anni fa, più della persona che vediamo su Instagram, più di chi sembra avere più tempo, più soldi, più successo. E appena iniziamo a misurare la felicità, iniziamo inevitabilmente a confrontarla.
Il paradosso è evidente: più ci chiediamo se siamo felici, più diventiamo consapevoli di tutto ciò che potrebbe renderci ancora più felici. La casa potrebbe essere migliore, il lavoro più interessante, il conto in banca più robusto, la relazione più intensa, il corpo più giovane, la vacanza più esotica.
La felicità diventa un orizzonte mobile: facciamo un passo,
e lei ne fa un altro.
Avevo già scritto qualcosa di simile in Felicità? No grazie!, arrivando però a una conclusione diversa: forse la felicità non è nemmeno il criterio migliore con cui giudicare una vita. Una vita può essere piena, ricca, persino buona, senza essere continuamente felice. Ci sono momenti di dolore, fatica, perdita e responsabilità che non vorremmo eliminare solo perché ci rendono meno felici.
Qui però c’è un passo ulteriore. Forse la felicità non è soltanto un obiettivo discutibile: è uno di quegli obiettivi che funzionano male proprio quando li perseguiamo direttamente.
La felicità come effetto collaterale: cosa succede quando smettiamo di misurarla
Ci sono esperienze in cui succede qualcosa di inaspettato. Stai parlando con una persona e perdi la cognizione del tempo. Stai lavorando a qualcosa che ti coinvolge totalmente. Stai cucinando, leggendo, camminando, suonando, costruendo, aiutando qualcuno. Sei così presente in quello che fai che non ti viene nemmeno in mente di chiederti se sei felice.
Poi, magari qualche ora dopo, ti accorgi che lo eri.
La felicità è arrivata in aggiunta. Come un effetto collaterale. O come un regalo. È forse una delle intuizioni più semplici e più difficili da accettare: alcune delle cose che desideriamo di più arrivano proprio mentre siamo occupati a fare altro.
Anche l’amore funziona spesso così. Se entriamo in una relazione chiedendoci continuamente quanto ci renda felici, rischiamo di trasformare l’altra persona nel nostro erogatore di benessere. Se invece siamo realmente presenti, se ascoltiamo, diamo, riceviamo e affrontiamo anche ciò che costa, può comparire qualcosa che non avevamo programmato.
Lo stesso vale per il lavoro. Non tutti possono trasformare la propria passione in professione, e non credo neanche che sia un dovere. Ma c’è una differenza enorme tra usare il lavoro solo come strumento per campare e riconoscere in ciò che facciamo un significato che va oltre il risultato economico. Hector lo chiama vocazione. Possiamo chiamarlo anche senso.
Il mercato dell’insoddisfazione: perché l’infelicità è un buon affare
Ed è qui che il film mi ha fatto tornare in mente un altro libro, questa volta reale: Felicità®, di Will Ferguson, una satira costruita attorno a un’idea geniale: cosa accadrebbe se venisse pubblicato un manuale di autoaiuto che, per una volta, funzionasse fino in fondo?
Le persone lo leggono e diventano felici. Il problema è che smettono anche di comprare molte delle cose che prima si accaparravano per sentirsi meglio. Non hanno più bisogno di essere continuamente rassicurate, migliorate, completate, e in un mondo così buona parte dell’economia entra in crisi perché la felicità della gente finisce per danneggiare il PIL.
La provocazione fa sorridere perché esaspera qualcosa che conosciamo bene. Una quantità impressionante di prodotti, servizi e messaggi funziona ricordandoci ciò che ci manca: non sei ancora abbastanza bello, ricco, giovane, interessante, produttivo, desiderabile, realizzato. Ma tranquillo: esiste qualcosa che può aiutarti. Spesso a pagamento.
Non significa che ogni desiderio sia manipolato, o che consumare sia sbagliato: sarebbe una semplificazione altrettanto ingenua. Significa che l’insoddisfazione è diventata una risorsa economica potentissima.
Una persona completamente soddisfatta è un cliente scomodo.
Una persona convinta che la propria felicità sia sempre a un acquisto, a una promozione, a una trasformazione di distanza è, invece, il cliente ideale.
La domanda giusta da farsi al posto di «sono felice?»
Hector e Ferguson percorrono strade diverse, ma finiscono per incontrarsi nello stesso punto. Il primo suggerisce che la felicità appare quando siamo immersi nella vita, non quando siamo impegnati a valutarla. Il secondo ci ricorda che esiste un mondo intero interessato a convincerci del contrario.
Forse allora la domanda più utile non è «Sono felice?», ma: sto vivendo qualcosa che per me ha senso? Sto amando, costruendo, imparando, dedicando tempo a ciò che conta? Sto vivendo, oppure sto solo aspettando passivamente che arrivi magicamente una versione migliore della mia vita?
Non tutto questo ci renderà felici. Alcune cose ci faranno persino soffrire. Ma forse è proprio qui che il titolo di quel libro inesistente diventa interessante.
Possiamo vivere una vita piena, ricca, intensa. Possiamo prenderci cura delle relazioni, delle persone, del nostro lavoro, del nostro tempo. Possiamo scegliere ciò che vale, anche quando costa.
Poi, ogni tanto, senza averla programmata, può comparire anche la felicità.
Tra gli effetti collaterali.
Riferimenti
- Chelsom, P. (regista), Hector e la ricerca della felicità, Germania/Regno Unito/Canada, 2014.
- Ferguson, W., Felicità®, Feltrinelli, Milano, 2003.
- Lelord, F., Il viaggio di Hector o la ricerca della felicità, Corbaccio, Milano, 2003.
Miguel Scordamaglia è dottore commercialista e coach a Torino. Esplora il rapporto tra identità, denaro e comportamento umano. Il suo metodo è descritto nel libro CriptoMente.