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La Banca Centrale delle tue emozioni
di Miguel Scordamaglia
Capo Vaticano, 9 settembre 2026

Qualche settimana fa scrivevo che avrei smesso di chiedere alla felicità di restare, e che le avrei chiesto pace. Bella frase. Resta un problema: quella pace, chi la stampa?
Risposta scomoda, e infatti atterra dritta sul mio terreno preferito. Il denaro.
Ho ritrovato di recente un passaggio di Mauro Scardovelli, psicologo e formatore che da anni lavora su corpo, mente ed emozioni, in cui fa un paragone che avrei quasi voluto aver scritto io. Dice più o meno così: se uno Stato non può stampare la propria moneta ma deve prenderla a prestito, non è sovrano. E noi, quando non sappiamo produrre emozioni positive dentro di noi ma dobbiamo andarle a chiedere in prestito agli altri, siamo nella stessa condizione. Andiamo a casa di qualcuno sperando che l’interazione ci allieti la serata, e se quella sera all’altro gira storto, torniamo a casa con un deficit più grande di quando siamo partiti. Per di più abbiamo anche consumato benzina per indebitarci.
È un’immagine perfetta, e vale la pena prenderla in prestito, con tutti i crediti dovuti.
L’ostaggio in casa propria
Scardovelli cita un libro dal titolo folgorante, Emotional Hostage, l’ostaggio delle emozioni. La domanda che pone è semplice e feroce: chi è davvero padrone a casa sua?
Non è una domanda retorica quanto sembra. Provate a pensare a quante decisioni della vostra giornata dipendono, in modo neanche troppo nascosto, dall’umore che qualcun altro vi ha consegnato. Il collega che entra in ufficio scontroso e per un’ora vi porta via la lucidità. Il cliente che risponde con un messaggio secco e vi rovina il pomeriggio. Il like che non arriva, il complimento che non arriva, il weekend che doveva ricaricarvi e invece vi ha lasciati uguali, o peggio, di prima.
Mi viene in mente Gianni, imprenditore, uno di quelli che ha costruito tutto da solo e ne va giustamente fiero. Gianni ha un’abitudine, piccola e devastante: controlla il fatturato del mese prima di alzarsi dal letto. Se il numero è buono, la giornata parte bene. Se il numero è deludente, Gianni è irritabile fino a sera, distratto in ogni riunione, brusco con chi non c’entra nulla. Gianni non ha un problema di fatturato. Ha un problema di sovranità: ha delegato l’emissione del proprio stato interiore a un dato che, per definizione, non può controllare al risveglio.
Non è cattiveria, non è debolezza. È semplicemente non avere ancora imparato a stampare moneta propria.
La cabina di regia
Qui arriva la parte che preferisco del ragionamento di Scardovelli, quella più operativa. Sostiene che ognuno di noi ha, o può costruirsi, una specie di cabina di regia interna, un luogo dove si può, letteralmente, azionare la dinamo delle emozioni positive. Non aspettare che arrivi qualcosa di bello da fuori, ma generarlo da dentro, con pratiche precise: attenzione, respiro, immaginazione, ripetizione. Poca metafisica, molta prassi, un po’ come impastare il pane: non serve crederci, serve farlo.
È esattamente il punto in cui il suo lavoro incontra quello che chiamo da anni il Metodo della Ricchezza Inversa. L’idea di fondo è la stessa, applicata a un dominio diverso: smettere di partire dallo strumento, dal risultato, dal numero esterno, e ripartire dalla persona. Non rincorrere il valore, generarlo. Con il denaro come con le emozioni, la sequenza sbagliata è identica: prima ottengo, poi mi sento bene. La sequenza che funziona è l’opposto: mi allineo dentro, e da lì decido cosa cercare fuori, e con quanta lucidità.
Prendiamo Giulia, consulente, quarant’anni, un lavoro che le piace ma un cliente che periodicamente la mette in crisi con richieste dell’ultimo minuto. Per anni Giulia ha affrontato ogni chiamata di quel cliente già in debito, con la tensione accumulata da telefonate precedenti. Un giorno decide di fare, prima di rispondere al telefono, novanta secondi di quello che Scardovelli chiamerebbe accensione della dinamo: un respiro lento, l’attenzione portata sul corpo, un ricordo caldo richiamato apposta. Non cambia il cliente. Cambia lei. E soprattutto smette di iniziare ogni conversazione già in rosso.
Novanta secondi non risolvono un rapporto professionale complicato. Ma decidono con quale patrimonio emotivo ci si presenta al tavolo, e questo, nella pratica, fa una differenza enorme.
Chi possiede la stamperia
C’è un motivo se questa storia mi interessa più della media. Nel mondo delle cripto, quello di cui mi occupo da tempo, la prima domanda che si insegna a farsi davanti a qualunque moneta è sempre la stessa: chi la emette, e con quale regola? Una moneta emessa senza criterio, in quantità illimitata e su pressione del momento, perde valore. Una moneta emessa con regole chiare, anche scarsa, lo mantiene.
Le nostre emozioni funzionano, incredibilmente, allo stesso modo. Se lasciamo che chiunque, con un messaggio, un ritardo, uno sguardo storto, possa emettere il nostro stato interiore al posto nostro, quello stato si svaluta in fretta: iperinflazione emotiva, giornate che valgono sempre meno perché stampate da altri, in quantità che non decidiamo noi. Se invece impariamo, anche solo in parte, a governare l’emissione, quel poco che produciamo vale di più, perché lo abbiamo scelto.
Non significa diventare impermeabili, insensibili, o fingere che le difficoltà non esistano. Nell’articolo di qualche settimana fa scrivevo che la pace non elimina le emozioni negative, fa loro spazio. Aggiungerei ora una cosa in più: la pace, probabilmente, è anche una questione di politica monetaria interiore. Possiamo continuare a subire le oscillazioni del mercato esterno, oppure imparare, un po’ alla volta, a possedere una piccola stamperia nostra, da usare prima di uscire di casa, prima di rispondere a un messaggio, prima di controllare un numero che non decide chi siamo.
Tre mosse per aprire la tua cabina di regia
Non serve una scuola di taoismo per cominciare, bastano tre mosse concrete, di quelle che Scardovelli chiamerebbe pratica e non teoria.
La prima è notare il prestito. Prima di irritarvi per un messaggio, un ritardo, un numero, fermatevi un secondo e chiedetevi: sto per far dipendere il mio stato da qualcosa che non emetto io? Il solo accorgersene toglie già metà del potere alla situazione.
La seconda è darsi un rituale di apertura, breve e ripetibile. Non un pensiero positivo generico, ma un gesto fisico preciso, sempre lo stesso, prima dei momenti che sapete già essere rischiosi: la telefonata difficile, la riunione con quella persona, il controllo dei numeri del mese. Un respiro lungo, le spalle che si abbassano, un ricordo scelto in anticipo. Ripetuto, diventa un interruttore.
La terza è arrivare in anticipo sul deficit altrui, non in reazione. Se sapete che qualcuno, quella sera o quella mattina, arriverà scarico, non aspettate di scoprirlo mentre siete già scarichi anche voi. Caricatevi prima. Non per bontà, come diceva giustamente Scardovelli, ma per un minimo di intelligenza: se lui o lei sta meglio, in genere state meglio anche voi.
Gianni, tra l’altro, ha smesso di guardare il fatturato al risveglio. Lo controlla ancora, ma dopo colazione, con la testa già sua. Cambia poco sul foglio Excel. Cambia molto su chi arriva in ufficio.
Il paragone tra sovranità monetaria e sovranità emotiva, così come le pratiche sulla “cabina di regia” citate in questo articolo, sono di Mauro Scardovelli, psicologo e formatore. Gli esempi di Gianni e Giulia sono invenzioni, costruite per essere verosimili.
© 2026 Miguel Scordamaglia